LOCOMOTORE A VAPORE 740

2. mar, 2020

LOCOMOTORE A VAPORE  740  di Jolanda Zanfrisco    

(Il lavoro è stato eseguito da Vincenzo Tavani e il figlio Pietro nel 1980) 


 

Intorno agli anni ‘80, il Consiglio Direttivo  del D.L.F. di Civitavecchia commissiona loro la decorazione della parete di fondo della sala delle conferenze della nuova sede sociale che si stava ultimando. 

Sarà un lavoro molto impegnativo che li coinvolgerà  anche sul piano progettuale in quanto per la prima volta si troveranno a lavorare su grandi dimensioni (mt. 2.00  x  mt. 4.70). 

Vincenzo  porterà avanti quest’impegno con il figlio Pietro e questa presenza, oltre a rappresentare una profonda esperienza di vita per entrambi,  presupporrà un impegno maggiore per il fatto stesso di aver messo assieme due personalità così diverse attraverso  un’opera il cui risultato finale è sicuramente quello di una omogeneità stilistica. 

Il 740 è un locomotore a vapore  costruito nel 1911. 

Siamo quindi in un opera che fa ormai  parte dell'immaginario di Vincenzo, della sua infanzia. 

Ma in questa rappresentazione vediamo che c’è uno stretto rapporto tra passato e presente, tra la dura realtà quotidiana ed i suoi ricordi; ed infatti è proprio qui  che le passeggiate al porto ritornano con tutta la loro prorompente vitalità. 

Quest’opera, che occupa tutta la parete di fondo della sala delle conferenze, mi porta alla mente per similitudine, l’arte del movimento muralista messicano in cui si propugnava un tipo di pittura che andava rappresentata in luoghi  caratterizzati da una grande affluenza di pubblico ed  il cui tema doveva essere a carattere sociale e politico ma soprattutto doveva essere la testimonianza di un passato che non andava dimenticato. 

 Infatti nel 1922, David Alfaro Sequieros pubblicò la  Declaracìon Social, politica y estetica  firmata da tutti i membri del sindacato. 

In questo manifesto, tra l’altro leggiamo: “Proclamiamo che, poiché  il momento sociale è di transizione fra un ordine obsoleto ed uno nuovo, i creatori di bellezza debbono compiere il maggior sforzo  per rendere la propria opera di valore ideologico per il popolo e la meta ideale dell’arte, attualmente espressione  di masturbazione individualistica, dovrà essere per tutti di educazione e di lotta...”

Non so se Tavani Vincenzo avesse mai visto un murales messicano, ma trovarvi dei punti di contatto non è affatto difficile in quanto i motivi ispiratori erano, come vedremo molto simili. 

Il soggetto da rappresentare non gli venne richiesto espressamente, ma dovendo far parte di una struttura facente comunque parte delle Ferrovie dello Stato, è chiaro che egli si trovò ad impegnarsi su di un argomento che conosceva e prediligeva. 

Vincenzo rappresenta questo locomotore ormai storico, in quello che è il suo ambiente prediletto, il porto ed attraverso una sovrapposizione d’immagini riesce a  rappresentare  momenti del suo passato e del suo presente, ciò che era e ciò che è adesso, il porto come lo aveva vissuto da ragazzo e quello che il tempo aveva trasformato, con la centrale in lontananza, i fili dell’elettrificazione e la nuova segnaletica. 

L’occhio del visitatore disattento, in questo groviglio di linee e di elementi geometrici a stento riesce a trovarvi dei fili conduttori. 

Per comprenderlo è necessario non avere fretta. 

Quasi al centro della pittura emerge ben visibile la scritta “740”, poi c’è di tutto: l’esercizio elettrico, i traghetti, il Forte Michelangelo, la Darsena, gli scambi, i vagoni, le ciminiere, la città. 

Lo sfondo è dipinto come se fossero tasselli di un puzzle che pian piano prendono corpo fino a trasformarsi in una miriade di solidi sfaccettati che cadono a valanga, invadendo di macerie gran parte del primo piano. 

Ed attraverso una metamorfosi  la pittura diventa scultura e l’antico si frantuma e cade a pezzi. 

In basso a sinistra, ben visibile un segnale stradale di divieto, altri quattro  se ne scorgono poi all’interno e insieme alle macerie impediscono l’accesso visuale al fruitore che, se all’inizio si era sentito catturato da quella scritta rossa 740 come da un vortice, ora  viene scaraventato fuori dall’opera con la stessa veemenza con cui vi era entrato. 

Poi il colore, il giallo, il rosso, il marrone e quello spazio così psicologicamente chiuso rendono ancora più inaccessibile l’accesso a quello che dovrebbe essere il luogo propulsore dell’attività lavorativa della città. 

Sull’estrema destra, ben nascosto tra le macerie, c’è un ferroviere con l’ormai storico cappello a visiera, la mantellina ed in mano, la lampada per le segnalazioni, anch’essa con la luce rossa. 

Forse è la storia che dalle macerie avanza verso di noi e ci preclude l’accesso.

                                                                        J.Z.


 

"L'ESPERIENZA" di Pietro Tavani

...Nell’anno 1980, ricordo con piacere quando (mio padre ed io), lavorammo insieme ad un’opera  per noi importante: una decorazione murale nel salone della nuova sede polisportiva del DLF di Civitavecchia.

Grande, devo dire, è stata la fiducia in noi riposta dal presidente Morucci ed altrettanto grande è stata la responsabilità di questo lavoro affidatoci, che vedeva per la prima volta insieme: il padre ed il figlio, il maestro e l’allievo.

Lavorammo fianco a fianco, con soddisfazione, confrontandoci nelle idee e negli stili, trasmettendo e nello stesso tempo accettando dall’altro pareri, consigli e critiche. In questa esperienza si è cresciuti di più e ci si è voluti più bene.

 E’ sicuramente questo, il conoscersi, “il più bel quadro” che possiamo aver fatto insieme, una pennellata di colore al capolavoro della  nostra vita.

                                                                            P.T.